Nel mio studio di psicoterapia a Torino utilizzo l’approccio sistemico-relazionale. Lo psicoterapeuta sistemico-relazionale può lavorare con singoli individui oppure con dei “sistemi” (coppia, famiglia). Ciò che rende sistemico il tipo di lavoro non è il numero di persone convocate in seduta, ma la particolare chiave di lettura che si dà, collocando i problemi o il disagio del singolo all’interno dei contesti relazionali in cui questi originano e si alimentano.
Attraverso il modello sistemico si possono affrontare problematiche quali ad esempio:
“La paura del pericolo è diecimila volte più spaventosa del pericolo vero e proprio, quando si presenta di fatto davanti ai nostri occhi; e l’ansia è una tortura molto più grave da sopportare che non la sventura stessa per la quale la proviamo…”.
Daniel Defoe, “Robinson Crusoe”, 1719
L’ansia è uno stato d’animo che si manifesta a livello psicologico e somatico ed è per molti versi assimilabile alla sensazione di paura che ogni essere vivente sperimenta in una situazione di pericolo reale e che, come sappiamo, ha anche un valore adattivo, nel senso di permetterci di difenderci o tenerci lontani da situazioni minacciose.
L’ansia però potrebbe essere descritta come una “paura generalizzata e aspecifica” che si manifesta anche in assenza di una condizione di oggettiva pericolosità, per cui di fatto una persona si altera e si agita, rispondendo fisicamente come in presenza di un pericolo (accelerazione del battito, respirazione affannosa ecc.), ma il pericolo non è realmente presente.
Non è facile attribuire un significato univoco all’ansia: possiamo considerarla per certi versi un campanello d’allarme che segnala al soggetto che la sperimenta che qualcosa non va. Alle persone che vengono da me a causa dei disturbi d’ansia a Torino, spiego sempre che quel qualcosa potrebbe essere già avvenuto (una perdita apparentemente sottovalutata), potrebbe accadere nel futuro (ansia anticipatoria rispetto ad una qualche situazione che si deve affrontare) oppure potrebbe essere la manifestazione di una condizione di conflittualità non percepita con chiarezza.
L’ansia si manifesta in modo diverso e con livelli di intensità diversa:
L’ansia affligge moltissime persone e si può presentare in diverse forme, fra cui l’ansia generalizzata. Questa forma d’ansia è incarnata bene da questa mia paziente: Giuliana è una donna di settant’anni che, da quasi trenta, manifestava una sintomatologia ansiosa, che si era acutizzata nell’ultimo periodo, dopo la morte del marito. Ella risultava sempre eccessivamente preoccupata per i suoi figli, per quanto adulti e tutti “sistemati” dal punto di vista familiare e lavorativo. Si tormentava con sensi di colpa chiedendosi se era stata una buona madre, e nutriva immotivati timori in relazione alla salute fisica e psichica dei componenti della sua famiglia.
Giuliana, come altre persone ansiose che si rivolgono a me per l’ansia generalizzata, riconosceva il carattere irrazionale ed infondato di tante sue preoccupazioni, ma non riusciva egualmente a contenerle, finendo per limitare e condizionare negativamente la sua vita e quella della sua famiglia. In tutti questi anni però non aveva mai approcciato il problema attraverso un percorso psicologico, limitandosi a contenere i sintomi attraverso l’uso di psicofarmaci, senza mai però incidere realmente sulle cause del suo problema.
Ansia generalizzata: Da dove nascono certi problemi?
Il comportamento ansioso, pur poggiando su di una predisposizione individuale, spesso nasce e si struttura all’interno dei sistemi di vita del soggetto, assumendo una qualche funzione all’interno di questa. Giuliana aveva iniziato a manifestare i sintomi ansiosi molti anni prima, in coincidenza dell’uscita di casa dei figli. Il marito di Giuliana era un uomo all’antica ed autoritario, che l’aveva costretta a rompere i legami con la sua famiglia d’origine e aveva forse anche indotto i figli, per quanto molto giovani, ad andarsene di casa. Aspetto questo che aveva fatto molto soffrire la mia paziente.
Nell’ambito di una cultura tradizionale che non consentiva ad una donna di “ribellarsi” ad una certa condizione, il sintomo ansioso assumeva così nel contempo la funzione di esprimere un disagio, altrimenti non legittimato, e forse anche di costituire una sorta di inconsapevole rivalsa verso questo marito-padrone (“Tu mi imponi le tue scelte, io ti impongo il mio sintomo“). Il sintomo ansioso infatti, per quanto percepito dal soggetto come qualcosa di negativo ed invalidante, spesso si consolida negli anni perché comporta per il soggetto, o per il suo sistema di vita, dei vantaggi secondari di cui spesso né il soggetto né il sistema sono consapevoli.
Ansia generalizzata: Come si affrontano certi problemi?
Nella mia pratica clinica, affronto i problemi di ansia generalizzata a Torino lavorando in parallelo sul presente e sul passato del sintomo e, congiuntamente, sul suo aspetto individuale e su quello sistemico. In altre parole il primo passaggio è decodificare il significato che il sintomo ansioso ha per l’individuo e per il sistema di cui è parte, così per esempio nel caso di Giuliana abbiamo visto come questo fosse congiuntamente l’espressione di un disagio familiare, ma anche di un aggressività repressa, oltre che la manifestazione del bisogno disperato di mantenere, a dispetto del tempo che passa, la propria “funzione genitoriale” nei confronti dei figli, attraverso la preoccupazione a loro rivolta. Analizzato il significato e la funzione del sintomo nell’economia psichica e di vita del soggetto, occorre però andare oltre, superando questa funzione o sostituendola con qualcos’altro. È chiaro quindi che, se il sintomo ansioso è il modo per esprimere un disagio difficilmente esplicitabile o un sentimento aggressivo che non può emergere come tale, bisogna trovare il modo di portare in superficie “la parte sommersa dell’iceberg”, dando parole a ciò che fino a quel momento è stato rimosso o comunque silenziato dall’espressione sintomatologica.
A causa della sua grave forma di fobia sociale a Torino un giorno si presentò da me Fabio. Aveva grossi problemi a relazionarsi con le persone. La sua rete sociale era molto ristretta e anche sul lavoro andava in ansia all’idea di dover avere semplici scambi con clienti, telefonate di lavoro o ancor peggio di dover esporre il suo punto di vista in pubblico. Questa sua problematica pregiudicava pesantemente la sua vita di relazione e limitava le sue possibilità di carriera professionale.
Se abbiamo definito l’ansia come “paura senza oggetto”, la fobia invece si caratterizza per il fatto che l’oggetto è presente, in quanto è rappresentato da una persona, un animale, un luogo fisico o una situazione specifica, ma quell’oggetto non è un qualcosa di obiettivamente minaccioso, viene considerato tale solo dal soggetto.
È il caso per esempio della fobia che alcune persone manifestano verso specifici animali (che non hanno per lo più connotati di pericolosità oggettiva, ad esempio piccioni, topi ecc.), oppure verso certi luoghi o situazioni (ad esempio i luoghi troppo affollati o viceversa i luoghi aperti), o ancora, nel caso di questo mio paziente, in forma di una “fobia” delle relazioni sociali. La fobia sociale consiste nel timore di non essere all’altezza o di vivere nei contesti sociali esperienze di umiliazione e frustrazione.
Fobia sociale: Da dove nascono certi problemi?
Anche nel caso di Fabio, il percorso terapeutico ha potuto evidenziare un collegamento tra i problemi del soggetto e determinate caratteristiche del sistema familiare di provenienza. Fabio era infatti cresciuto all’interno di una famiglia che, per una serie di ragioni, aveva inibito la sua sperimentazione sociale, inducendolo a pensare che tutto ciò che era esterno alla famiglia stessa fosse cattivo e pericoloso.
Il sintomo ansioso si poneva quindi in coerenza con questo imprinting familiare ed in più era diventato in adolescenza il modo per sottrarsi al potenziale conflitto con la famiglia, in quanto un ragazzo normale, con normali attitudini sociali e desideri di emancipazione, avrebbe probabilmente messo pesantemente in crisi questo sistema.
La mancata sperimentazione sociale aveva poi alimentato l’insicurezza del ragazzo, insicurezza che a sua volta legittimava ulteriormente la modalità controllante della famiglia, in un circolo vizioso potenzialmente cronicizzante. A causa della sua fobia sociale Fabio usciva solo per andare a lavorare e limitava al massimo le sue frequentazioni.
Fobia sociale: Come si affrontano certi problemi?
Nel caso di Fabio abbiamo fatto emergere, sul piano individuale come su quello sistemico, la funzione protettiva del sintomo, che gli permetteva congiuntamente l’evitamento del conflitto e anche il mantenimento dei precari equilibri familiari.
Decodificato il significato e la funzione del sintomo ai vari livelli, occorreva però uscire dal circolo vizioso dell’evitamento (evito una situazione perché mi fa paura, il fatto di non averla affrontata me la fa rappresentare come ancor più minacciosa e mi rende ancora più insicuro, inducendomi ad un ulteriore evitamento) e trovare il modo per affrontare, seppur gradualmente, le situazioni che creavano disagio.
A questo scopo ho riscontrato, in questo ed altri casi, che può essere utile assumere un ruolo attivo nella terapia, assistendo direttamente il paziente “sul campo”, aiutandolo ad affrontare le situazioni oggetto d’ansia fino a che egli non sarà in grado di affrontarle da solo, senza il supporto del terapeuta.
L’esperienza con questo tipo di casi di fobia sociale mi ha inoltre portato a constatare che l’aspetto fondamentale non sia tanto l’esposizione più o meno prolungata allo stimolo fobico, quanto il lavorare insieme al paziente perché egli possa, ad effetto di questi esercizi, acquisire un senso di efficacia personale in relazione a queste situazioni.
D’altro canto, come anche affermano i teorici del modello della “Padronanza guidata” (Williams, 1990), non è tanto l’esposizione di per sé che estingue il sintomo, quanto l’acquisizione da parte del soggetto di un senso personale di autoefficacia rispetto al compito intrapreso.
Il tono dell’umore è la tonalità emotiva di fondo che caratterizza la nostra attività mentale. Ogni persona ha un diverso tono dell’umore, che in genere manifesta in maniera preponderante rispetto ad altri toni d’umore. Questo è il risultato sia di un dato biologico-costituzionale, sia delle influenze psicologiche dell’ambiente in cui questa è cresciuta e si è formata.
Il termine disturbo dell’umore invece designa una serie di alterazioni o anomalie del tono dell’umore, tali da causare alla persona disagio e problemi, nonché disadattamento sociale, con ripercussioni di varia entità nella vita di relazione e/o lavorativa.
Depressione maggiore, disturbo bipolare.
Nel trattare disturbi dell’umore a Torino, ho appurato che le alterazioni più frequenti del tono dell’umore sono la cosiddetta depressione maggiore, che consiste in un significativo e perdurante abbassamento della tonalità emotiva, e il disturbo bipolare, che invece presuppone un’alternanza tra stati depressivi e stati caratterizzati da tono eccessivamente alto (fase maniacale o ipomania).
Quando Anna entrò nel mio studio mi accorsi subito che si trattava di depressione: nonostante avesse poco più di vent’anni, da diversi mesi non riusciva più neanche a frequentare la scuola. Rimaneva per gran parte della sua giornata nel letto, spesso con la testa sotto le lenzuola perché infastidita dalla luce o comunque chiusa nella sua camera. Le sollecitazioni dei familiari a reagire e comportarsi come una qualsiasi ragazza della sua età non avevano nessun altro effetto che infastidirla e farla sentire ancor più inadeguata.
A dispetto di tutti i tentativi degli altri di minimizzare le sue ansie e le sue problematiche, Anna si sentiva dentro ad un baratro, senza alcuna possibile via di uscita.
La depressione è un aspetto della vita quotidiana di cui tutti gli esseri umani in qualche misura fanno esperienza; il dolore conseguente alla morte di un familiare, la separazione dalla persona amata, un insuccesso o un fallimento nella vita lavorativa, facilmente in una di queste situazioni ci è capitato di sentirci “depressi”.
Quando però la depressione supera certi limiti per intensità e per durata, e soprattutto quando inizia a condizionare pesantemente l’esistenza della persona che ne è portatrice, allora diventa un vero e proprio disturbo che si caratterizza per:
Depressione: Come si affrontano certi problemi?
Un approccio psicoterapeutico alla depressione è fondamentale, anche se talvolta, nei casi più gravi, può essere utile integrare ad esso anche una adeguata terapia psicofarmacologica. Come abbiamo detto, l’aspetto fondamentale che caratterizza una persona depressa è la perdita di fiducia in se stessa e la difficoltà ad immaginare una via d’uscita dal proprio problema. Motivo per cui il primo passo di ogni terapia deve necessariamente essere la costruzione di un rapporto di fiducia con il paziente, e ciò può avvenire solo se questo si sente autenticamente ascoltato e accolto. L’errore più grossolano che un terapeuta può commettere, quando approccia la fase acuta della depressione, è quello di cadere in un atteggiamento banalmente consolatorio, cercando fin da subito di minimizzare gli aspetti problematici, focalizzando su quanto vi è di positivo. Ho trattato tanti casi di depressione e ho capito che è importante invece trasmettere alla persona che “prendiamo sul serio” i suoi problemi, pur chiedendole una collaborazione nella ricerca delle cause del suo malessere.
Cruciale, in questi casi, è inoltre delineare il contesto in cui il sintomo emerge, individuando il significato che questo assume all’interno di un determinato contesto interpersonale.
Il coinvolgimento dei familiari in queste situazioni è importante per il paziente, ma anche per la famiglia, che spesso si trova spiazzata ed impotente di fronte ai sintomi di questo “male oscuro”. D’altro canto, come dimostrano le ricerche nel campo, una famiglia capace di fornire un buon supporto, è un indice prognostico positivo in questo tipo di problematiche. Usciti dalla fase più acuta, le chiavi di volta di un intervento psicoterapico in questi casi sono:
Può accadere che lo stato depressivo si alterni ciclicamente a fasi di normale tono dell’umore o addirittura di eccessivo innalzamento di quest’ultimo. Queste fasi, denominate in Psichiatria “fasi maniacali” o “ipomaniacali“, si caratterizzano per dei sintomi speculari rispetto a quelli depressivi, quali ad esempio:
Quando la persona manifesta questa alternanza ciclica tra stati depressivi e stati maniacali, si parla di disturbo bipolare. In questa situazione una persona può andare soggetta a dei cambiamenti notevoli anche solo da un mese all’altro, come nel caso di una paziente che seguo da tempo per un disturbo bipolare.
Sonia in alcuni periodi della sua vita era un vulcano e viveva freneticamente, saltando da un impegno all’altro, travolgendo anche in modo negativo, con la sua carica di parole e progetti, le persone a lei vicine. In altri periodi invece si sentiva irrimediabilmente triste e inadeguata, faticando persino a fare i gesti più semplici della sua quotidianità.
Il passaggio da una fase all’altra può essere legato a eventi traumatici o comunque destabilizzanti della vita della persona che provocano in qualche misura il “viraggio”, oppure può avvenire, in assenza di questo tipo di correlazione, magari in associazione a cambiamenti stagionali. È un po’ come se il tono dell’umore di una persona, anziché viaggiare linearmente entro un certo range prevedibile, corresse su delle gigantesche montagne russe emotive, passando ciclicamente da un estremo all’altro, suscitando sconcerto e disorientamento nella persona interessata dal problema come anche in tutti i suoi familiari.
Disturbo bipolare: Come si affrontano certi problemi?
Come nel caso della depressione maggiore, l’approccio psicoterapeutico è importante nella gestione dei sintomi del disturbo bipolare, ma spesso si richiede l’integrazione con una terapia a base di psicofarmaci, che aiuti la stabilizzazione emotiva del paziente. In funzione di ciò, appare evidente come l’approccio terapeutico e gli obiettivi dello stesso, debbano essere flessibili e diversificati a seconda delle differenti fasi. Sia rispetto alle cadute depressive, sia in relazione ai “picchi” maniacali, che spesso possono essere non meno insidiosi e destabilizzanti della depressione stessa, appare inoltre fondamentale portare avanti un approccio preventivo che possa, limitare gli sbalzi emotivi, inevitabilmente connessi a questa patologia.
Trattando il disturbo bipolare, l’idea di fondo è quella di lavorare sulla costruzione di una disciplina mentale in grado di contenere, il più delle volte in sinergia con farmaci stabilizzatori, i drammatici alti e bassi di questa patologia, imparando a leggere i segnali premonitori del passaggio da una fase all’altra e riuscendo a governare meglio la propria tendenza all’instabilità.
In presenza di sintomi sul versante più “up”, per esempio, consiglio spesso ai miei pazienti di lavorare sui ritmi sonno-veglia, di imporsi una disciplina in grado di garantire una giusta dose di riposo e di evitare un sovraccarico fisico e mentale. In questa fase trovo inoltre sia utile, per contenere l’escalation maniacale, inserire elementi critici in grado di limitare quel sentimento di onnipotenza che induce il soggetto ad iniziative azzardate o pericolose per sé stesso e per gli altri. Ritengo inoltre imprescindibile, anche nel trattamento del disturbo bipolare, il coinvolgimento dei familiari in una funzione di sostegno e prevenzione delle recidive.
I disturbi alimentari a Torino, come in tutto il mondo occidentale, sono disturbi in notevole crescita ed insorgono più frequentemente in età adolescenziale, colpendo in prevalenza il sesso femminile. Le forme più comuni di disturbo alimentare sono l’anoressia e la bulimia.
Anoressia
L’anoressia è caratterizzata dal rifiuto della persona di alimentarsi adeguatamente, accompagnato da vere e proprie distorsioni dell’immagine del proprio corpo che portano la persona a vedersi di corporatura normale o addirittura in sovrappeso. Si lavora insieme alla persona alla costruzione consolidamento di un’individualità e di un senso di efficacia interpersonale…
Bulimia
La Bulimia consiste in grandi abbuffate di cibo, ingurgitato in modo compulsivo e spesso anche di nascosto. Si lavora per spostare l’attenzione della persona dalla dieta e concentrarsi sugli stati emotivi che si accompagnano ai momenti di maggior desiderio di cibo…
L’anoressia si caratterizza per l’ostinato rifiuto del soggetto di alimentarsi adeguatamente. Rifiuto che si accompagna a vere e proprie distorsioni dell’immagine corporea che fanno sì che la persona, pur arrivando a gradi estremi di dimagrimento, continui a vedersi di corporatura normale o addirittura in sovrappeso. Il comportamento alimentare appare fortemente disturbato ed i pensieri della persona riguardano quasi esclusivamente il cibo e il proprio peso, tanto che la persona controlla continuamente il proprio corpo e si produce in ossessivi conteggi delle calorie.
Quando la persona pensa di aver mangiato troppo può arrivare a procurarsi il vomito o abusare di lassativi e diuretici per liberarsi di quello che ritiene essere il cibo in sovrappiù. Il digiuno forzato tipico dell’anoressia si accompagna spesso a manifestazioni psichiche, diretta conseguenza della carenza alimentare, quali astenia, ipereccitabilità, difficoltà a concentrarsi, disturbi del sonno, e a problemi di natura fisica quali amenorrea, l’anemia, l’ipovitaminosi e altro.
L’origine del disturbo anoressico sembrerebbe collegata da un lato al condizionamento sociale operato dai modelli estetici dominanti nella società occidentale, diffusi attraverso i media, modelli che sosterrebbero l’idea secondo la quale “si può essere amati e rispettati solo se si è magri“, dall’altro a problematiche psicologiche originate all’interno del contesto familiare. Si tratta in genere di giovani donne con alte aspettative su di sé e allo stesso tempo con un profondo senso di inadeguatezza personale, che spesso rifiutano le trasformazioni puberali del loro corpo e la sessualità.
Il sintomo anoressico garantisce loro da un lato di ritornare ad un corpo infantile ed asessuato, dall’altro di sperimentare, attraverso il digiuno autoindotto, il piacere del controllo totale su di sé e del piegare il proprio corpo alla loro volontà. In questo profilo rientrava una mia giovane paziente di qualche tempo fa, il cui sintomo anoressico era strettamente correlato a dinamiche familiari connotate da protezione eccessiva ed iperinvestimento affettivo.
Un caso di anoressia: Irene era stata una bambina grassottella ma molto graziosa, figlia unica di due genitori molto protettivi. In età adolescenziale aveva iniziato a manifestare una sintomatologia di tipo anoressico, che aveva ulteriormente esasperato le attenzioni e le apprensioni in particolare materne e, Irene, pur essendo vicina alla maggiore età, veniva di fatto trattata dalla famiglia come una bambina.
Anoressia: Da dove vengono certi problemi?
Nel caso di Irene il sintomo anoressico rivestiva una duplice funzione, da un lato permettere alla ragazza di “non crescere”, evitando così di porsi in conflitto con una famiglia iperprotettiva, che viveva con grande ansia il processo di autonomizzazione della figlia, dall’altro permetteva a Irene stessa di esercitare un grande “potere” e un grande “controllo” su sé stessa e sui suoi stessi familiari. In altre parole il sintomo anoressico era il suo unico modo per affermarsi come identità a se stante dalla famiglia, salvo poi però trovarsi, proprio in ragione di questo, ancor più dipendente da quest’ultima. Per dirla con le parole della Bruch, l’anoressia si configura come “tentativo di cura di sé, per sviluppare attraverso la disciplina del corpo un senso di individualità e di efficacia interpersonale“.
Anoressia Torino: Come si affrontano certi problemi?
Si capisce quindi alla luce di ciò, come l’anoressia svolga una funzione psichica specifica per la persona e per il sistema di cui è parte. Si tratta quindi, attraverso la terapia, di “rendere inutile” il sintomo, lavorando insieme alla paziente alla costruzione-consolidamento di un’individualità e di un senso di efficacia interpersonale che non passi attraverso l’espressione sintomatica. Questo tipo di lavoro condotto sull’anoressia, nel caso di Irene come in molti altri casi di persone anoressiche, non poteva prescindere da un lavoro contemporaneo sulla famiglia, allo scopo di chiarire e contestualizzare il sintomo anoressico all’interno delle dinamiche familiari in atto in quel sistema.
In altre parole, il lavoro con Irene sulla costruzione di una sua identità autonoma non poteva prescindere da un lavoro contestuale con i genitori, per elaborare le ragioni della loro eccessiva apprensione verso la figlia e ridurre questo ipercoinvolgimento. Altrimenti il rischio che si corre, non lavorando in parallelo sui due ambiti, è che le evoluzioni in senso di autonomia della ragazza venissero poi non confermate ed annullate dalla famiglia che le viveva inconsciamente come pericolose per il sistema. D’altro canto i genitori di Irene, rinunciando al loro iperinvestimento, conseguivano il vantaggio di “essere meno ostaggio” dei sintomi e delle fragilità della figlia, riprendendo spazi per loro stessi e per la coppia, spazi a cui avevano rinunciato da molto tempo per dedicarsi totalmente a lei.
Parlando della bulimia diremo che essa può essere considerata, per certi versi, l’altra faccia della medaglia dell’anoressia. Il sintomo bulimico, differentemente da quanto avviene nel rigoroso digiuno anoressico, consiste in grandi abbuffate di cibo, soprattutto dolci, o comunque alimenti molto calorici, che vengono ingurgitati in modo compulsivo e spesso di nascosto. La persona bulimica, differentemente dall’anoressica, si propone di seguire diete molto rigide, ma non riesce a mantenerle e cerca di ristabilire il controllo del proprio peso, auto-provocandosi il vomito o abusando di diuretici e lassativi. Anche in questo caso l’attenzione per il proprio peso diventa eccessiva e i continui fallimenti nelle diete si accompagnano ben presto a sintomi depressivi, sentimenti di colpa e di inadeguatezza.
Trattando alcuni casi di bulimia ho riscontrato che, differentemente da quanto avviene con le persone anoressiche, il disagio personale, anziché essere negato, viene riconosciuto più facilmente dalla persona. Una condizione simile, seppur non uguale, alla bulimia è l’obesità psicogena che porta il soggetto ad una condizione di sovrappeso o di vera e propria obesità.
Secondo alcune teorie, in effetti, la bulimia potrebbe essere considerata una “crisi di astinenza di cibo”, in persone in cui l’iperalimentazione è una modalità per gestire le proprie emozioni e che, sulla base di pressioni sociali varie, si impongono un regime dietetico rigido. In questo senso l’abbuffarsi può essere considerato un modo per gestire una sofferenza personale legata ad un’immagine di sé negativa, costruita a partire dalle prime esperienze di vita. Le persone bulimiche provengono spesso da contesti familiari caratterizzati da modalità relazionali di tipo simbiotico e da una difficoltà a riconoscere ed esprimere criticità ed aspetti negativi, criticità e negatività che vengono spesso proiettate sul soggetto stesso.
Bulimia: Come si affrontano certi problemi?
Sulla base di queste considerazioni, diremo quindi che, in presenza di un problema di bulimia, è utile spostare l’attenzione della persona dalla dieta e dalla riduzione del peso corporeo, per concentrarsi sugli stati emotivi che si accompagnano ai momenti di maggior desiderio di cibo e sugli aspetti interpersonali ad essi collegati. Può risultare utile in questo senso incoraggiare la persona a redarre un diario giornaliero dell’alimentazione e a cogliere l’associazione tra certe modalità di alimentazione e determinati stati emotivi.
Sul versante interpersonale può risultare importante soffermarsi sulle prime esperienze relazionali all’interno della famiglia, in quanto i soggetti bulimici provengono spesso da contesti familiari caratterizzati da modalità relazionali di tipo simbiotico che stentano a percepirli come entità separate ed autonome e che, incapaci di accettare aspetti critici propri del sistema stesso, li proiettano sul soggetto, che diviene così l’unico depositario della problematicità familiare.
“Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia!”.
Kahlil Gibran
In un mondo sempre più selettivo e complesso, quale quello in cui viviamo, sempre più persone vengono da me per difficoltà e problemi relazionali a Torino, lamentando la loro difficoltà ad “affermarsi” nei contesti lavorativi e nelle relazioni in genere. Sono persone che nelle relazioni con gli altri non riescono a “venire fuori” e, nel momento in cui devono agire o esprimere agli altri le loro opinioni e i loro sentimenti, o rimangono vittime di un atteggiamento eccessivamente ansioso che li blocca o di un eccesso di aggressività che disturba le loro relazioni. Ciò che noi Psicologi chiamiamo “assertività” è proprio il contrario di questo; è ciò che ci permette di esprimerci nel mondo in modo efficace e corretto, senza subire gli altri ma anche senza prevaricarli.
Quando Michele (nome di fantasia) si è rivolto a me per affrontare i suoi problemi relazionali a Torino, stentava a trovare il proprio posto all’interno dell’azienda in cui lavorava.
Non riusciva a far valere le sue idee, ad imporre la sua decisionalità con gli altri collaboratori e finiva sempre per accondiscendere alle opinioni dell’uno o dell’altro, a seconda delle situazioni, evitando così il conflitto, ma finendo per confinarsi in una posizione marginale che lo frustrava parecchio. Esasperato da tutto questo talvolta esplodeva in accessi d’ira che però non miglioravano certamente la situazione. Nel caso di questo mio paziente si capisce bene che il problema dell’assertività si lega a filo doppio a quello dell’autostima; chi ha un brutto rapporto con sé stesso, facilmente si “venderà” male anche agli altri, incorrendo in comportamenti passivi o aggressivi, oppure oscillando tra queste opposte polarità.
Problemi relazionali: Da dove vengono questi problemi?
I problemi legati alla sfera della comunicazione e dell’autostima, al di là della loro manifestazione più attuale, spesso affondano le loro radici nella storia familiare di una persona. La prima immagine di noi stessi la formiamo e consolidiamo all’interno della nostra famiglia d’origine e all’interno di quest’ultima avvengono pure le nostre prime interazioni con il mondo. Michele proveniva da una famiglia che mal tollerava l’espressione della conflittualità. In questa famiglia il conflitto, o anche semplicemente la manifestazione di sentimenti negativi erano in gran parte banditi o comunque evitati il più possibile, fino a divenire una sorta di tabù.
Le persone che provengono da questo tipo di contesti denunciano grossi problemi nel vivere e gestire situazioni di conflitto, anche in ambiti diversi (lavorativo, sociale ecc.), e finiscono per non riuscire a “farsi le loro ragioni” o per subire loro malgrado situazioni sgradevoli senza riuscire a sottrarsi.
Problemi relazionali: Come si affrontano certi problemi?
Nell’affrontare difficoltà e problemi relazionali a Torino lavoro con le persone, congiuntamente sul passato e sul presente del problema, sviscerando le dinamiche ed aiutandole ad uscire da “copioni” familiari che condizionano, anche al di fuori della famiglia stessa, la loro vita di relazione come quella lavorativa. Per fare questo si possono utilizzare, al di là della strumento verbale, anche oggetti metaforici e strumenti psicodrammatici.
Alla persona può essere chiesto di dare una rappresentazione spaziale delle sue relazioni significative, utilizzando oggetti (per es. pietre di diversa forma e colore) oppure di associare gli eventi rilevanti della propria storia ad immagini che vengono proposte dal terapeuta, o ancora di costruire delle “maschere” in grado di rappresentare le caratteristiche fondamentali dei vari componenti familiari e di interloquire con esse.
In quest’ultimo caso è quasi come se, pur non essendo presenti, il paziente potesse avere, seppur metaforicamente, in stanza di terapia, le persone che intrattengono con lui le relazioni più importanti ed avesse l’opportunità di ri-aprire con esse un dialogo interrotto o trattare, attraverso un modalità più protetta e filtrata, tematiche delicate e difficili da affrontare. Riconducendo i problemi attuali alle dinamiche che li hanno innescati e consolidati, i miei pazienti imparano in terapia a costruire un’altra immagine di loro stessi, coerente con ciò che hanno vissuto, ma svincolata da ruoli e condizionamenti appartenenti al passato.
“Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi…”.
W. Shakespeare, “Macbeth”
Crisi individuali legate al ciclo di vita o a situazioni critiche-traumatiche. Spesso un momento di difficoltà può legarsi ad una particolare fase della vita di una persona. Il periodo adolescenziale, il passaggio all’età adulta e al ruolo genitoriale, la fine dell’età fertile o il sopraggiungere della cosiddetta “terza età”, sono passaggi ciclici della vita di ogni uomo o donna e, quasi inevitabilmente, si accompagnano anche a qualche momento critico che, nella maggior parte dei casi, viene superato spontaneamente. In qualche caso però questo sblocco spontaneo risulta, per una serie di fattori, un po’ più difficoltoso e, per armonizzare nuovamente tempo psicologico e tempo biologico di una persona, occorre un aiuto esterno. Questo è stato il caso di una giovane donna che mi ha consultato per affrontare la sua crisi esistenziale.
Carla da un certo momento della sua vita aveva cominciato come a sentire un orologio dentro di lei che segnava un inesorabile conto alla rovescia. Lavori mai stabili e relazioni sentimentali un po’ sfortunate l’avevano portata alla soglia dei quarant’anni senza un compagno, e soprattutto senza un progetto concreto di maternità. Così, da una anno a questa parte, ogni giorno si svegliava con un profondo senso di insoddisfazione e di ansia, pensando a quanti giorni ancora la separavano dalla sua “data di scadenza”… Altre volte non sono passaggi ciclici, bensì criticità o eventi traumatici inattesi, come un lutto, una malattia o la separazione, a mettere in discussione il nostro equilibrio e a richiederci una ristrutturazione totale di noi stessi e della nostra esistenza.
Daria iniziò presso di me un percorso di terapia di coppia, che esitò in una separazione consensuale. Lei questa separazione non l’avrebbe mai voluta, ma ora si trovava a cinquant’anni e con un figlio dodicenne a dover ricostruire la propria vita. Una separazione, indifferentemente che riguardi un uomo o una donna, può mettere in discussione l’identità della persona e costringerla, oltre che ad “elaborare il lutto” della separazione dal partner, anche a confrontarsi con la perdita di un ruolo e spesso anche di una serie complessa di riferimenti e sicurezze, sociali ma anche economiche, che sono stati fino a quel momento presenti nella sua vita.
Quelle di Carla e quella di Daria sono le storie di due donne diverse, ma con alcuni punti di contatto: il profondo senso di solitudine e di autosvalutazione che le caratterizzava, nel momento in cui varcavano la porta del mio studio.
Crisi esistenziale: Come si affrontano certi problemi?
Nelle situazioni di crisi esistenziale e disturbo post traumatico da stress, in studio, il primo passo terapeutico consiste proprio nell’aiutare le persone a riappropriarsi della propria identità e del senso del proprio valore personale.
Sia Carla che Daria (nomi di fantasia) si sentivano “donne fallite” perché non riuscivano, per ragioni diverse, ad adeguarsi ad un modello di femminilità che avevano assorbito all’interno delle loro famiglie d’origine, e consolidato successivamente nelle loro relazioni, modello che identificava la realizzazione femminile con il ruolo di madre o di moglie. L’obiettivo, conseguito nella terapia, in entrambi questi casi, è stato quello di guidare queste due donne verso la consapevolezza e la ri-scoperta di se stesse e di modi per realizzarsi e realizzare la propria creatività, al netto di condizionamenti e modelli fuorvianti.
“La paura del pericolo è diecimila volte più spaventosa del pericolo vero e proprio, quando si presenta di fatto davanti ai nostri occhi; e l’ansia è una tortura molto più grave da sopportare che non la sventura stessa per la quale la proviamo…”.
Daniel Defoe, “Robinson Crusoe”, 1719
L’ansia è uno stato d’animo che si manifesta a livello psicologico e somatico ed è per molti versi assimilabile alla sensazione di paura che ogni essere vivente sperimenta in una situazione di pericolo reale e che, come sappiamo, ha anche un valore adattivo, nel senso di permetterci di difenderci o tenerci lontani da situazioni minacciose.
L’ansia però potrebbe essere descritta come una “paura generalizzata e aspecifica” che si manifesta anche in assenza di una condizione di oggettiva pericolosità, per cui di fatto una persona si altera e si agita, rispondendo fisicamente come in presenza di un pericolo (accelerazione del battito, respirazione affannosa ecc.), ma il pericolo non è realmente presente.
Non è facile attribuire un significato univoco all’ansia: possiamo considerarla per certi versi un campanello d’allarme che segnala al soggetto che la sperimenta che qualcosa non va. Alle persone che vengono da me a causa dei disturbi d’ansia a Torino, spiego sempre che quel qualcosa potrebbe essere già avvenuto (una perdita apparentemente sottovalutata), potrebbe accadere nel futuro (ansia anticipatoria rispetto ad una qualche situazione che si deve affrontare) oppure potrebbe essere la manifestazione di una condizione di conflittualità non percepita con chiarezza.
L’ansia si manifesta in modo diverso e con livelli di intensità diversa:
L’ansia affligge moltissime persone e si può presentare in diverse forme, fra cui l’ansia generalizzata. Questa forma d’ansia è incarnata bene da questa mia paziente: Giuliana è una donna di settant’anni che, da quasi trenta, manifestava una sintomatologia ansiosa, che si era acutizzata nell’ultimo periodo, dopo la morte del marito. Ella risultava sempre eccessivamente preoccupata per i suoi figli, per quanto adulti e tutti “sistemati” dal punto di vista familiare e lavorativo. Si tormentava con sensi di colpa chiedendosi se era stata una buona madre, e nutriva immotivati timori in relazione alla salute fisica e psichica dei componenti della sua famiglia.
Giuliana, come altre persone ansiose che si rivolgono a me per l’ansia generalizzata, riconosceva il carattere irrazionale ed infondato di tante sue preoccupazioni, ma non riusciva egualmente a contenerle, finendo per limitare e condizionare negativamente la sua vita e quella della sua famiglia. In tutti questi anni però non aveva mai approcciato il problema attraverso un percorso psicologico, limitandosi a contenere i sintomi attraverso l’uso di psicofarmaci, senza mai però incidere realmente sulle cause del suo problema.
Ansia generalizzata: Da dove nascono certi problemi?
Il comportamento ansioso, pur poggiando su di una predisposizione individuale, spesso nasce e si struttura all’interno dei sistemi di vita del soggetto, assumendo una qualche funzione all’interno di questa. Giuliana aveva iniziato a manifestare i sintomi ansiosi molti anni prima, in coincidenza dell’uscita di casa dei figli. Il marito di Giuliana era un uomo all’antica ed autoritario, che l’aveva costretta a rompere i legami con la sua famiglia d’origine e aveva forse anche indotto i figli, per quanto molto giovani, ad andarsene di casa. Aspetto questo che aveva fatto molto soffrire la mia paziente.
Nell’ambito di una cultura tradizionale che non consentiva ad una donna di “ribellarsi” ad una certa condizione, il sintomo ansioso assumeva così nel contempo la funzione di esprimere un disagio, altrimenti non legittimato, e forse anche di costituire una sorta di inconsapevole rivalsa verso questo marito-padrone (“Tu mi imponi le tue scelte, io ti impongo il mio sintomo“). Il sintomo ansioso infatti, per quanto percepito dal soggetto come qualcosa di negativo ed invalidante, spesso si consolida negli anni perché comporta per il soggetto, o per il suo sistema di vita, dei vantaggi secondari di cui spesso né il soggetto né il sistema sono consapevoli.
Ansia generalizzata: Come si affrontano certi problemi?
Nella mia pratica clinica, affronto i problemi di ansia generalizzata a Torino lavorando in parallelo sul presente e sul passato del sintomo e, congiuntamente, sul suo aspetto individuale e su quello sistemico. In altre parole il primo passaggio è decodificare il significato che il sintomo ansioso ha per l’individuo e per il sistema di cui è parte, così per esempio nel caso di Giuliana abbiamo visto come questo fosse congiuntamente l’espressione di un disagio familiare, ma anche di un aggressività repressa, oltre che la manifestazione del bisogno disperato di mantenere, a dispetto del tempo che passa, la propria “funzione genitoriale” nei confronti dei figli, attraverso la preoccupazione a loro rivolta. Analizzato il significato e la funzione del sintomo nell’economia psichica e di vita del soggetto, occorre però andare oltre, superando questa funzione o sostituendola con qualcos’altro. È chiaro quindi che, se il sintomo ansioso è il modo per esprimere un disagio difficilmente esplicitabile o un sentimento aggressivo che non può emergere come tale, bisogna trovare il modo di portare in superficie “la parte sommersa dell’iceberg”, dando parole a ciò che fino a quel momento è stato rimosso o comunque silenziato dall’espressione sintomatologica.
A causa della sua grave forma di fobia sociale a Torino un giorno si presentò da me Fabio. Aveva grossi problemi a relazionarsi con le persone. La sua rete sociale era molto ristretta e anche sul lavoro andava in ansia all’idea di dover avere semplici scambi con clienti, telefonate di lavoro o ancor peggio di dover esporre il suo punto di vista in pubblico. Questa sua problematica pregiudicava pesantemente la sua vita di relazione e limitava le sue possibilità di carriera professionale.
Se abbiamo definito l’ansia come “paura senza oggetto”, la fobia invece si caratterizza per il fatto che l’oggetto è presente, in quanto è rappresentato da una persona, un animale, un luogo fisico o una situazione specifica, ma quell’oggetto non è un qualcosa di obiettivamente minaccioso, viene considerato tale solo dal soggetto.
È il caso per esempio della fobia che alcune persone manifestano verso specifici animali (che non hanno per lo più connotati di pericolosità oggettiva, ad esempio piccioni, topi ecc.), oppure verso certi luoghi o situazioni (ad esempio i luoghi troppo affollati o viceversa i luoghi aperti), o ancora, nel caso di questo mio paziente, in forma di una “fobia” delle relazioni sociali. La fobia sociale consiste nel timore di non essere all’altezza o di vivere nei contesti sociali esperienze di umiliazione e frustrazione.
Fobia sociale: Da dove nascono certi problemi?
Anche nel caso di Fabio, il percorso terapeutico ha potuto evidenziare un collegamento tra i problemi del soggetto e determinate caratteristiche del sistema familiare di provenienza. Fabio era infatti cresciuto all’interno di una famiglia che, per una serie di ragioni, aveva inibito la sua sperimentazione sociale, inducendolo a pensare che tutto ciò che era esterno alla famiglia stessa fosse cattivo e pericoloso.
Il sintomo ansioso si poneva quindi in coerenza con questo imprinting familiare ed in più era diventato in adolescenza il modo per sottrarsi al potenziale conflitto con la famiglia, in quanto un ragazzo normale, con normali attitudini sociali e desideri di emancipazione, avrebbe probabilmente messo pesantemente in crisi questo sistema.
La mancata sperimentazione sociale aveva poi alimentato l’insicurezza del ragazzo, insicurezza che a sua volta legittimava ulteriormente la modalità controllante della famiglia, in un circolo vizioso potenzialmente cronicizzante. A causa della sua fobia sociale Fabio usciva solo per andare a lavorare e limitava al massimo le sue frequentazioni.
Fobia sociale: Come si affrontano certi problemi?
Nel caso di Fabio abbiamo fatto emergere, sul piano individuale come su quello sistemico, la funzione protettiva del sintomo, che gli permetteva congiuntamente l’evitamento del conflitto e anche il mantenimento dei precari equilibri familiari.
Decodificato il significato e la funzione del sintomo ai vari livelli, occorreva però uscire dal circolo vizioso dell’evitamento (evito una situazione perché mi fa paura, il fatto di non averla affrontata me la fa rappresentare come ancor più minacciosa e mi rende ancora più insicuro, inducendomi ad un ulteriore evitamento) e trovare il modo per affrontare, seppur gradualmente, le situazioni che creavano disagio.
A questo scopo ho riscontrato, in questo ed altri casi, che può essere utile assumere un ruolo attivo nella terapia, assistendo direttamente il paziente “sul campo”, aiutandolo ad affrontare le situazioni oggetto d’ansia fino a che egli non sarà in grado di affrontarle da solo, senza il supporto del terapeuta.
L’esperienza con questo tipo di casi di fobia sociale mi ha inoltre portato a constatare che l’aspetto fondamentale non sia tanto l’esposizione più o meno prolungata allo stimolo fobico, quanto il lavorare insieme al paziente perché egli possa, ad effetto di questi esercizi, acquisire un senso di efficacia personale in relazione a queste situazioni.
D’altro canto, come anche affermano i teorici del modello della “Padronanza guidata” (Williams, 1990), non è tanto l’esposizione di per sé che estingue il sintomo, quanto l’acquisizione da parte del soggetto di un senso personale di autoefficacia rispetto al compito intrapreso.
Il tono dell’umore è la tonalità emotiva di fondo che caratterizza la nostra attività mentale. Ogni persona ha un diverso tono dell’umore, che in genere manifesta in maniera preponderante rispetto ad altri toni d’umore. Questo è il risultato sia di un dato biologico-costituzionale, sia delle influenze psicologiche dell’ambiente in cui questa è cresciuta e si è formata.
Il termine disturbo dell’umore invece designa una serie di alterazioni o anomalie del tono dell’umore, tali da causare alla persona disagio e problemi, nonché disadattamento sociale, con ripercussioni di varia entità nella vita di relazione e/o lavorativa.
Depressione maggiore, disturbo bipolare.
Nel trattare disturbi dell’umore a Torino, ho appurato che le alterazioni più frequenti del tono dell’umore sono la cosiddetta depressione maggiore, che consiste in un significativo e perdurante abbassamento della tonalità emotiva, e il disturbo bipolare, che invece presuppone un’alternanza tra stati depressivi e stati caratterizzati da tono eccessivamente alto (fase maniacale o ipomania).
Quando Anna entrò nel mio studio mi accorsi subito che si trattava di depressione: nonostante avesse poco più di vent’anni, da diversi mesi non riusciva più neanche a frequentare la scuola. Rimaneva per gran parte della sua giornata nel letto, spesso con la testa sotto le lenzuola perché infastidita dalla luce o comunque chiusa nella sua camera. Le sollecitazioni dei familiari a reagire e comportarsi come una qualsiasi ragazza della sua età non avevano nessun altro effetto che infastidirla e farla sentire ancor più inadeguata.
A dispetto di tutti i tentativi degli altri di minimizzare le sue ansie e le sue problematiche, Anna si sentiva dentro ad un baratro, senza alcuna possibile via di uscita.
La depressione è un aspetto della vita quotidiana di cui tutti gli esseri umani in qualche misura fanno esperienza; il dolore conseguente alla morte di un familiare, la separazione dalla persona amata, un insuccesso o un fallimento nella vita lavorativa, facilmente in una di queste situazioni ci è capitato di sentirci “depressi”.
Quando però la depressione supera certi limiti per intensità e per durata, e soprattutto quando inizia a condizionare pesantemente l’esistenza della persona che ne è portatrice, allora diventa un vero e proprio disturbo che si caratterizza per:
Depressione: Come si affrontano certi problemi?
Un approccio psicoterapeutico alla depressione è fondamentale, anche se talvolta, nei casi più gravi, può essere utile integrare ad esso anche una adeguata terapia psicofarmacologica. Come abbiamo detto, l’aspetto fondamentale che caratterizza una persona depressa è la perdita di fiducia in se stessa e la difficoltà ad immaginare una via d’uscita dal proprio problema. Motivo per cui il primo passo di ogni terapia deve necessariamente essere la costruzione di un rapporto di fiducia con il paziente, e ciò può avvenire solo se questo si sente autenticamente ascoltato e accolto. L’errore più grossolano che un terapeuta può commettere, quando approccia la fase acuta della depressione, è quello di cadere in un atteggiamento banalmente consolatorio, cercando fin da subito di minimizzare gli aspetti problematici, focalizzando su quanto vi è di positivo. Ho trattato tanti casi di depressione e ho capito che è importante invece trasmettere alla persona che “prendiamo sul serio” i suoi problemi, pur chiedendole una collaborazione nella ricerca delle cause del suo malessere.
Cruciale, in questi casi, è inoltre delineare il contesto in cui il sintomo emerge, individuando il significato che questo assume all’interno di un determinato contesto interpersonale.
Il coinvolgimento dei familiari in queste situazioni è importante per il paziente, ma anche per la famiglia, che spesso si trova spiazzata ed impotente di fronte ai sintomi di questo “male oscuro”. D’altro canto, come dimostrano le ricerche nel campo, una famiglia capace di fornire un buon supporto, è un indice prognostico positivo in questo tipo di problematiche. Usciti dalla fase più acuta, le chiavi di volta di un intervento psicoterapico in questi casi sono:
Può accadere che lo stato depressivo si alterni ciclicamente a fasi di normale tono dell’umore o addirittura di eccessivo innalzamento di quest’ultimo. Queste fasi, denominate in Psichiatria “fasi maniacali” o “ipomaniacali“, si caratterizzano per dei sintomi speculari rispetto a quelli depressivi, quali ad esempio:
Quando la persona manifesta questa alternanza ciclica tra stati depressivi e stati maniacali, si parla di disturbo bipolare. In questa situazione una persona può andare soggetta a dei cambiamenti notevoli anche solo da un mese all’altro, come nel caso di una paziente che seguo da tempo per un disturbo bipolare.
Sonia in alcuni periodi della sua vita era un vulcano e viveva freneticamente, saltando da un impegno all’altro, travolgendo anche in modo negativo, con la sua carica di parole e progetti, le persone a lei vicine. In altri periodi invece si sentiva irrimediabilmente triste e inadeguata, faticando persino a fare i gesti più semplici della sua quotidianità.
Il passaggio da una fase all’altra può essere legato a eventi traumatici o comunque destabilizzanti della vita della persona che provocano in qualche misura il “viraggio”, oppure può avvenire, in assenza di questo tipo di correlazione, magari in associazione a cambiamenti stagionali. È un po’ come se il tono dell’umore di una persona, anziché viaggiare linearmente entro un certo range prevedibile, corresse su delle gigantesche montagne russe emotive, passando ciclicamente da un estremo all’altro, suscitando sconcerto e disorientamento nella persona interessata dal problema come anche in tutti i suoi familiari.
Disturbo bipolare: Come si affrontano certi problemi?
Come nel caso della depressione maggiore, l’approccio psicoterapeutico è importante nella gestione dei sintomi del disturbo bipolare, ma spesso si richiede l’integrazione con una terapia a base di psicofarmaci, che aiuti la stabilizzazione emotiva del paziente. In funzione di ciò, appare evidente come l’approccio terapeutico e gli obiettivi dello stesso, debbano essere flessibili e diversificati a seconda delle differenti fasi. Sia rispetto alle cadute depressive, sia in relazione ai “picchi” maniacali, che spesso possono essere non meno insidiosi e destabilizzanti della depressione stessa, appare inoltre fondamentale portare avanti un approccio preventivo che possa, limitare gli sbalzi emotivi, inevitabilmente connessi a questa patologia.
Trattando il disturbo bipolare, l’idea di fondo è quella di lavorare sulla costruzione di una disciplina mentale in grado di contenere, il più delle volte in sinergia con farmaci stabilizzatori, i drammatici alti e bassi di questa patologia, imparando a leggere i segnali premonitori del passaggio da una fase all’altra e riuscendo a governare meglio la propria tendenza all’instabilità.
In presenza di sintomi sul versante più “up”, per esempio, consiglio spesso ai miei pazienti di lavorare sui ritmi sonno-veglia, di imporsi una disciplina in grado di garantire una giusta dose di riposo e di evitare un sovraccarico fisico e mentale. In questa fase trovo inoltre sia utile, per contenere l’escalation maniacale, inserire elementi critici in grado di limitare quel sentimento di onnipotenza che induce il soggetto ad iniziative azzardate o pericolose per sé stesso e per gli altri. Ritengo inoltre imprescindibile, anche nel trattamento del disturbo bipolare, il coinvolgimento dei familiari in una funzione di sostegno e prevenzione delle recidive.
I disturbi alimentari a Torino, come in tutto il mondo occidentale, sono disturbi in notevole crescita ed insorgono più frequentemente in età adolescenziale, colpendo in prevalenza il sesso femminile. Le forme più comuni di disturbo alimentare sono l’anoressia e la bulimia.
Anoressia
L’anoressia è caratterizzata dal rifiuto della persona di alimentarsi adeguatamente, accompagnato da vere e proprie distorsioni dell’immagine del proprio corpo che portano la persona a vedersi di corporatura normale o addirittura in sovrappeso. Si lavora insieme alla persona alla costruzione consolidamento di un’individualità e di un senso di efficacia interpersonale…
Bulimia
La Bulimia consiste in grandi abbuffate di cibo, ingurgitato in modo compulsivo e spesso anche di nascosto. Si lavora per spostare l’attenzione della persona dalla dieta e concentrarsi sugli stati emotivi che si accompagnano ai momenti di maggior desiderio di cibo…
L’anoressia si caratterizza per l’ostinato rifiuto del soggetto di alimentarsi adeguatamente. Rifiuto che si accompagna a vere e proprie distorsioni dell’immagine corporea che fanno sì che la persona, pur arrivando a gradi estremi di dimagrimento, continui a vedersi di corporatura normale o addirittura in sovrappeso. Il comportamento alimentare appare fortemente disturbato ed i pensieri della persona riguardano quasi esclusivamente il cibo e il proprio peso, tanto che la persona controlla continuamente il proprio corpo e si produce in ossessivi conteggi delle calorie.
Quando la persona pensa di aver mangiato troppo può arrivare a procurarsi il vomito o abusare di lassativi e diuretici per liberarsi di quello che ritiene essere il cibo in sovrappiù. Il digiuno forzato tipico dell’anoressia si accompagna spesso a manifestazioni psichiche, diretta conseguenza della carenza alimentare, quali astenia, ipereccitabilità, difficoltà a concentrarsi, disturbi del sonno, e a problemi di natura fisica quali amenorrea, l’anemia, l’ipovitaminosi e altro.
L’origine del disturbo anoressico sembrerebbe collegata da un lato al condizionamento sociale operato dai modelli estetici dominanti nella società occidentale, diffusi attraverso i media, modelli che sosterrebbero l’idea secondo la quale “si può essere amati e rispettati solo se si è magri“, dall’altro a problematiche psicologiche originate all’interno del contesto familiare. Si tratta in genere di giovani donne con alte aspettative su di sé e allo stesso tempo con un profondo senso di inadeguatezza personale, che spesso rifiutano le trasformazioni puberali del loro corpo e la sessualità.
Il sintomo anoressico garantisce loro da un lato di ritornare ad un corpo infantile ed asessuato, dall’altro di sperimentare, attraverso il digiuno autoindotto, il piacere del controllo totale su di sé e del piegare il proprio corpo alla loro volontà. In questo profilo rientrava una mia giovane paziente di qualche tempo fa, il cui sintomo anoressico era strettamente correlato a dinamiche familiari connotate da protezione eccessiva ed iperinvestimento affettivo.
Un caso di anoressia: Irene era stata una bambina grassottella ma molto graziosa, figlia unica di due genitori molto protettivi. In età adolescenziale aveva iniziato a manifestare una sintomatologia di tipo anoressico, che aveva ulteriormente esasperato le attenzioni e le apprensioni in particolare materne e, Irene, pur essendo vicina alla maggiore età, veniva di fatto trattata dalla famiglia come una bambina.
Anoressia: Da dove vengono certi problemi?
Nel caso di Irene il sintomo anoressico rivestiva una duplice funzione, da un lato permettere alla ragazza di “non crescere”, evitando così di porsi in conflitto con una famiglia iperprotettiva, che viveva con grande ansia il processo di autonomizzazione della figlia, dall’altro permetteva a Irene stessa di esercitare un grande “potere” e un grande “controllo” su sé stessa e sui suoi stessi familiari. In altre parole il sintomo anoressico era il suo unico modo per affermarsi come identità a se stante dalla famiglia, salvo poi però trovarsi, proprio in ragione di questo, ancor più dipendente da quest’ultima. Per dirla con le parole della Bruch, l’anoressia si configura come “tentativo di cura di sé, per sviluppare attraverso la disciplina del corpo un senso di individualità e di efficacia interpersonale“.
Anoressia Torino: Come si affrontano certi problemi?
Si capisce quindi alla luce di ciò, come l’anoressia svolga una funzione psichica specifica per la persona e per il sistema di cui è parte. Si tratta quindi, attraverso la terapia, di “rendere inutile” il sintomo, lavorando insieme alla paziente alla costruzione-consolidamento di un’individualità e di un senso di efficacia interpersonale che non passi attraverso l’espressione sintomatica. Questo tipo di lavoro condotto sull’anoressia, nel caso di Irene come in molti altri casi di persone anoressiche, non poteva prescindere da un lavoro contemporaneo sulla famiglia, allo scopo di chiarire e contestualizzare il sintomo anoressico all’interno delle dinamiche familiari in atto in quel sistema.
In altre parole, il lavoro con Irene sulla costruzione di una sua identità autonoma non poteva prescindere da un lavoro contestuale con i genitori, per elaborare le ragioni della loro eccessiva apprensione verso la figlia e ridurre questo ipercoinvolgimento. Altrimenti il rischio che si corre, non lavorando in parallelo sui due ambiti, è che le evoluzioni in senso di autonomia della ragazza venissero poi non confermate ed annullate dalla famiglia che le viveva inconsciamente come pericolose per il sistema. D’altro canto i genitori di Irene, rinunciando al loro iperinvestimento, conseguivano il vantaggio di “essere meno ostaggio” dei sintomi e delle fragilità della figlia, riprendendo spazi per loro stessi e per la coppia, spazi a cui avevano rinunciato da molto tempo per dedicarsi totalmente a lei.
Parlando della bulimia diremo che essa può essere considerata, per certi versi, l’altra faccia della medaglia dell’anoressia. Il sintomo bulimico, differentemente da quanto avviene nel rigoroso digiuno anoressico, consiste in grandi abbuffate di cibo, soprattutto dolci, o comunque alimenti molto calorici, che vengono ingurgitati in modo compulsivo e spesso di nascosto. La persona bulimica, differentemente dall’anoressica, si propone di seguire diete molto rigide, ma non riesce a mantenerle e cerca di ristabilire il controllo del proprio peso, auto-provocandosi il vomito o abusando di diuretici e lassativi. Anche in questo caso l’attenzione per il proprio peso diventa eccessiva e i continui fallimenti nelle diete si accompagnano ben presto a sintomi depressivi, sentimenti di colpa e di inadeguatezza.
Trattando alcuni casi di bulimia ho riscontrato che, differentemente da quanto avviene con le persone anoressiche, il disagio personale, anziché essere negato, viene riconosciuto più facilmente dalla persona. Una condizione simile, seppur non uguale, alla bulimia è l’obesità psicogena che porta il soggetto ad una condizione di sovrappeso o di vera e propria obesità.
Secondo alcune teorie, in effetti, la bulimia potrebbe essere considerata una “crisi di astinenza di cibo”, in persone in cui l’iperalimentazione è una modalità per gestire le proprie emozioni e che, sulla base di pressioni sociali varie, si impongono un regime dietetico rigido. In questo senso l’abbuffarsi può essere considerato un modo per gestire una sofferenza personale legata ad un’immagine di sé negativa, costruita a partire dalle prime esperienze di vita. Le persone bulimiche provengono spesso da contesti familiari caratterizzati da modalità relazionali di tipo simbiotico e da una difficoltà a riconoscere ed esprimere criticità ed aspetti negativi, criticità e negatività che vengono spesso proiettate sul soggetto stesso.
Bulimia: Come si affrontano certi problemi?
Sulla base di queste considerazioni, diremo quindi che, in presenza di un problema di bulimia, è utile spostare l’attenzione della persona dalla dieta e dalla riduzione del peso corporeo, per concentrarsi sugli stati emotivi che si accompagnano ai momenti di maggior desiderio di cibo e sugli aspetti interpersonali ad essi collegati. Può risultare utile in questo senso incoraggiare la persona a redarre un diario giornaliero dell’alimentazione e a cogliere l’associazione tra certe modalità di alimentazione e determinati stati emotivi.
Sul versante interpersonale può risultare importante soffermarsi sulle prime esperienze relazionali all’interno della famiglia, in quanto i soggetti bulimici provengono spesso da contesti familiari caratterizzati da modalità relazionali di tipo simbiotico che stentano a percepirli come entità separate ed autonome e che, incapaci di accettare aspetti critici propri del sistema stesso, li proiettano sul soggetto, che diviene così l’unico depositario della problematicità familiare.
“Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia!”.
Kahlil Gibran
In un mondo sempre più selettivo e complesso, quale quello in cui viviamo, sempre più persone vengono da me per difficoltà e problemi relazionali a Torino, lamentando la loro difficoltà ad “affermarsi” nei contesti lavorativi e nelle relazioni in genere. Sono persone che nelle relazioni con gli altri non riescono a “venire fuori” e, nel momento in cui devono agire o esprimere agli altri le loro opinioni e i loro sentimenti, o rimangono vittime di un atteggiamento eccessivamente ansioso che li blocca o di un eccesso di aggressività che disturba le loro relazioni. Ciò che noi Psicologi chiamiamo “assertività” è proprio il contrario di questo; è ciò che ci permette di esprimerci nel mondo in modo efficace e corretto, senza subire gli altri ma anche senza prevaricarli.
Quando Michele (nome di fantasia) si è rivolto a me per affrontare i suoi problemi relazionali a Torino, stentava a trovare il proprio posto all’interno dell’azienda in cui lavorava.
Non riusciva a far valere le sue idee, ad imporre la sua decisionalità con gli altri collaboratori e finiva sempre per accondiscendere alle opinioni dell’uno o dell’altro, a seconda delle situazioni, evitando così il conflitto, ma finendo per confinarsi in una posizione marginale che lo frustrava parecchio. Esasperato da tutto questo talvolta esplodeva in accessi d’ira che però non miglioravano certamente la situazione. Nel caso di questo mio paziente si capisce bene che il problema dell’assertività si lega a filo doppio a quello dell’autostima; chi ha un brutto rapporto con sé stesso, facilmente si “venderà” male anche agli altri, incorrendo in comportamenti passivi o aggressivi, oppure oscillando tra queste opposte polarità.
Problemi relazionali: Da dove vengono questi problemi?
I problemi legati alla sfera della comunicazione e dell’autostima, al di là della loro manifestazione più attuale, spesso affondano le loro radici nella storia familiare di una persona. La prima immagine di noi stessi la formiamo e consolidiamo all’interno della nostra famiglia d’origine e all’interno di quest’ultima avvengono pure le nostre prime interazioni con il mondo. Michele proveniva da una famiglia che mal tollerava l’espressione della conflittualità. In questa famiglia il conflitto, o anche semplicemente la manifestazione di sentimenti negativi erano in gran parte banditi o comunque evitati il più possibile, fino a divenire una sorta di tabù.
Le persone che provengono da questo tipo di contesti denunciano grossi problemi nel vivere e gestire situazioni di conflitto, anche in ambiti diversi (lavorativo, sociale ecc.), e finiscono per non riuscire a “farsi le loro ragioni” o per subire loro malgrado situazioni sgradevoli senza riuscire a sottrarsi.
Problemi relazionali: Come si affrontano certi problemi?
Nell’affrontare difficoltà e problemi relazionali a Torino lavoro con le persone, congiuntamente sul passato e sul presente del problema, sviscerando le dinamiche ed aiutandole ad uscire da “copioni” familiari che condizionano, anche al di fuori della famiglia stessa, la loro vita di relazione come quella lavorativa. Per fare questo si possono utilizzare, al di là della strumento verbale, anche oggetti metaforici e strumenti psicodrammatici.
Alla persona può essere chiesto di dare una rappresentazione spaziale delle sue relazioni significative, utilizzando oggetti (per es. pietre di diversa forma e colore) oppure di associare gli eventi rilevanti della propria storia ad immagini che vengono proposte dal terapeuta, o ancora di costruire delle “maschere” in grado di rappresentare le caratteristiche fondamentali dei vari componenti familiari e di interloquire con esse.
In quest’ultimo caso è quasi come se, pur non essendo presenti, il paziente potesse avere, seppur metaforicamente, in stanza di terapia, le persone che intrattengono con lui le relazioni più importanti ed avesse l’opportunità di ri-aprire con esse un dialogo interrotto o trattare, attraverso un modalità più protetta e filtrata, tematiche delicate e difficili da affrontare. Riconducendo i problemi attuali alle dinamiche che li hanno innescati e consolidati, i miei pazienti imparano in terapia a costruire un’altra immagine di loro stessi, coerente con ciò che hanno vissuto, ma svincolata da ruoli e condizionamenti appartenenti al passato.
“Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi…”.
W. Shakespeare, “Macbeth”
In un mondo sempre più selettivo e complesso, quale quello in cui viviamo, sempre più persone vengono da me per difficoltà e problemi relazionali a Torino, lamentando la loro difficoltà ad “affermarsi” nei contesti lavorativi e nelle relazioni in genere. Sono persone che nelle relazioni con gli altri non riescono a “venire fuori” e, nel momento in cui devono agire o esprimere agli altri le loro opinioni e i loro sentimenti, o rimangono vittime di un atteggiamento eccessivamente ansioso che li blocca o di un eccesso di aggressività che disturba le loro relazioni. Ciò che noi Psicologi chiamiamo “assertività” è proprio il contrario di questo; è ciò che ci permette di esprimerci nel mondo in modo efficace e corretto, senza subire gli altri ma anche senza prevaricarli.
Quando Michele (nome di fantasia) si è rivolto a me per affrontare i suoi problemi relazionali a Torino, stentava a trovare il proprio posto all’interno dell’azienda in cui lavorava.
Non riusciva a far valere le sue idee, ad imporre la sua decisionalità con gli altri collaboratori e finiva sempre per accondiscendere alle opinioni dell’uno o dell’altro, a seconda delle situazioni, evitando così il conflitto, ma finendo per confinarsi in una posizione marginale che lo frustrava parecchio. Esasperato da tutto questo talvolta esplodeva in accessi d’ira che però non miglioravano certamente la situazione. Nel caso di questo mio paziente si capisce bene che il problema dell’assertività si lega a filo doppio a quello dell’autostima; chi ha un brutto rapporto con sé stesso, facilmente si “venderà” male anche agli altri, incorrendo in comportamenti passivi o aggressivi, oppure oscillando tra queste opposte polarità.
Problemi relazionali: Da dove vengono questi problemi?
I problemi legati alla sfera della comunicazione e dell’autostima, al di là della loro manifestazione più attuale, spesso affondano le loro radici nella storia familiare di una persona. La prima immagine di noi stessi la formiamo e consolidiamo all’interno della nostra famiglia d’origine e all’interno di quest’ultima avvengono pure le nostre prime interazioni con il mondo. Michele proveniva da una famiglia che mal tollerava l’espressione della conflittualità. In questa famiglia il conflitto, o anche semplicemente la manifestazione di sentimenti negativi erano in gran parte banditi o comunque evitati il più possibile, fino a divenire una sorta di tabù.
Le persone che provengono da questo tipo di contesti denunciano grossi problemi nel vivere e gestire situazioni di conflitto, anche in ambiti diversi (lavorativo, sociale ecc.), e finiscono per non riuscire a “farsi le loro ragioni” o per subire loro malgrado situazioni sgradevoli senza riuscire a sottrarsi.
Problemi relazionali: Come si affrontano certi problemi?
Nell’affrontare difficoltà e problemi relazionali a Torino lavoro con le persone, congiuntamente sul passato e sul presente del problema, sviscerando le dinamiche ed aiutandole ad uscire da “copioni” familiari che condizionano, anche al di fuori della famiglia stessa, la loro vita di relazione come quella lavorativa. Per fare questo si possono utilizzare, al di là della strumento verbale, anche oggetti metaforici e strumenti psicodrammatici.
Alla persona può essere chiesto di dare una rappresentazione spaziale delle sue relazioni significative, utilizzando oggetti (per es. pietre di diversa forma e colore) oppure di associare gli eventi rilevanti della propria storia ad immagini che vengono proposte dal terapeuta, o ancora di costruire delle “maschere” in grado di rappresentare le caratteristiche fondamentali dei vari componenti familiari e di interloquire con esse.
In quest’ultimo caso è quasi come se, pur non essendo presenti, il paziente potesse avere, seppur metaforicamente, in stanza di terapia, le persone che intrattengono con lui le relazioni più importanti ed avesse l’opportunità di ri-aprire con esse un dialogo interrotto o trattare, attraverso un modalità più protetta e filtrata, tematiche delicate e difficili da affrontare. Riconducendo i problemi attuali alle dinamiche che li hanno innescati e consolidati, i miei pazienti imparano in terapia a costruire un’altra immagine di loro stessi, coerente con ciò che hanno vissuto, ma svincolata da ruoli e condizionamenti appartenenti al passato.